Mansur Sheik Oghan Oolò alias Giovan Battista Boetti (seconda parte)

L’esercito del “profeta Mansur” occupava, dopo un saccheggio sanguinoso, Tiflis. I feudatari georgiani si affrettarono quindi a pagare tributi e lo stesso Eraclio, privo dell’aiuto russo, fu obbligato a venire a patti. Con ostentata dignità il Boetti riceveva questi omaggi ed elargiva amicizia e protezione.

Anche il sultano Selim fece il possibile per ingraziarsi questo bizzarro condottiero: da Istanbul arrivavano al campo di Mansur doni e ambascerie. Il sultano ottomano cercava evidentemente di spingere le orde fanatizzate, cresciute nel frattempo a 80.000 uomini, contro il suo nemico storico, l’impero russo. Tentava inoltre di distogliere il Boetti dal proposito di marciare su Istanbul. Durante un sermone alle sue truppe, questi si era espresso in tal senso: “ Chi predicò la caduta di Ninive era uno ed ora non è più. Io predico quella di Istanbul: sono un altro! Ho visto le rovine di Ninive: le esaminai bene quando ci giunsi, ma Giona non c’era più! Però io vedrò le rovine di Istanbul…“. Sembra incredibile che l’avventuriero piemontese mirasse tanto in alto, ma è proprio a Istanbul che pensava, Boetti riteneva il sultano Selim “ inappropriato per i tempi”, e questo suo giudizio politico appariva fondato.

Durante un colloquio con i dignitari del sultano, uno di questi sembra avesse alzato la voce, mancandogli di rispetto. Boetti lo fece impalare e consegnò la testa al capigi-bascià, ordinando di portarla ad Istanbul e riferire alla Porta che avrebbe trattato così ogni altro ambasciatore se gli si fosse arrecata offesa.

Fu il sultano Selim a piegarsi all’affronto ed inviare nuovi e vistosi doni. Mansur accettò di rinviare la conquista della capitale ottomana. In questo periodo assunse anche il nome di Sheik Oghan Oolò, temine di cui è dubbia la traduzione. Ad Off sul Mar Nero, ottenne munizioni e cannoni dai turchi e giunsero in gran numero al suo servizio ingegneri e fonditori europei.

Dopo aver sfidato l’impero ottomano, Mansur si rivolgeva contro la Russia. Appena giunse col suo esercito nella regione del Caucaso , ricevette il tributo del principe di Gori. Diversamente si comportò un aghà curdo, sovrano di Bitlis, che tentò di contrastarlo reclutando truppe. Mansur lo prevenne, massacrando i suoi uomini e devastando la città. Finalmente fu l’esercito russo a farsi incontro al Boetti vittorioso, al comando del generale Apraksin: ma venne respinto.

Nelle corti europee cresceva intanto la fama delle imprese di Sheik Oghan alias Mansur alias Boetti da Piazzano. Le notizie più fantasiose riguardavano la sua personalità: alcuni riferivano fosse un inviato del Gran Lama tibetano, altri un bramino apostata, un granatiere piemontese rinnegato proveniente da Algeri. Correva anche voce che fosse un domenicano inviato in missione in Persia.

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Piazzano (Camino -AL-) L’ingresso alla casa con l’iscrizione al profeta Mansur e probabile abitazione della famiglia Boetti

 

La confusione era comprensibilmente notevole. Ma la preoccupazione maggior per i russi riguardava gli sconvolgimenti che stava arrecando nella regione tra il Caspio e il Mar Nero: Mansur appariva ai militari qualcosa di simile a un “Pugaciov ceceno” , colui che pochi anni prima aveva guidato la grande rivolta cosacca.

Inoltre il sospetto di un coinvolgimento della Sublime Porta nella ribellione era consistente. Il Caucaso del XVIII secolo era un vulcano in ebollizione, una mistura di popoli e religioni su i confini dell’impero turco, russo e persiano. I russi, padroni della Crimea e della Tartaria avevano posto i loro confini a due giorni da Istanbul e col possesso del Kuban si erano assicurati lo sbocco verso l’Asia. L’impero di Caterina perseguiva un progetto geopolitico ambizioso, era perciò fondamentale eliminare la minaccia delle orde del Mansur. Il Caucaso, ieri come oggi, era terra di influenza e scontro tra le potenze. La “modernità” del Boetti sta anche in questo.

Sul finire del 1786 le fortune di sheick Mansur iniziarono però ad esaurirsi. Una serie di disfatte inflittegli dall’esercito russo lo costrinsero a rifugiarsi tra i monti del Caucaso con i sopravvissuti della armata a lui ancora fedeli. Iniziava quindi una incessante guerriglia nel territorio della odierna Cecenia.

La guerra tra l’impero ottomano e russo, conclusasi in seguito con la pace di Jassy del 1792 , offrì a sheick Mansur la possibilità di supportare le operazioni dei turchi. L’avventuriero piemontese sperava ancora di conquistare un regno, a tal fine occupava la città di Anapa e organizzava la resistenza. Qui doveva concludersi la sua straordinaria vicenda.

I suoi seguaci furono infatti massacrati dall’artiglieria del generale russo Gudowitz. Secondo le cronache, l’ex domenicano si difese come un leone ma fu catturato mentre tentava una sortita. Condotto a Pietroburgo al cospetto dell’imperatore, gli fu risparmiata la vita e venne imprigionato nel monastero – fortezza di Solovetsk sul Mar Bianco, poco distante dal circolo polare artico, dove Lenin, dopo la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe creato il suo primo gulag.

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Fortezza di Solovetsk sul Mar Bianco

 

Da tale luogo avrebbe scritto un’ultima lettera alla famiglia nel settembre del 1798. Il parroco di Piazzano che vide quella missiva, sostenne che in essa Boetti chiedeva “perdono ai genitori, ai fratelli, alle sorelle dei dispiaceri che loro aveva procurato e si raccomandava caldamente alle loro preghiere, in quanto prossimo alla morte”. Questa è l’ultima notizia riguardo la sua sorte. Dopo la sconfitta del condottiero piemontese, i russi dovettero faticare molto per conquistare il Caucaso.

La Circassia cadde nel 1881, e cosi l’Ossezia. L’Abkhazia , la Mingrelia, il Daghestan e il Nagorno-Karabak furono russi nel 1825. Georgia e Armenia furono definitivamente occupate nel 1855. A Boetti-Mansur rimase il merito di avere per primo coniugato la resistenza nazionalista al fattore religioso. Altri capi seguirono il suo esempio: Khazi Mullah, Gamzat Bek, nel   1834 il leggendario imam Samyl (di lui scrisse perfino A. Dumas), ai giorni nostri gli indipendentisti ceceni Basaev e Maskhadov. Lo sceicco rimane ancora oggi l’eroe del Caucaso: nel 1991, quando la Cecenia proclamò la sua indipendenza, piazza Lenin, nel centro della capitale, divenne «piazza Al Mansur».

Da allora non passò anno senza che i russi dovessero fronteggiare una nuova ribellione.

Questa è la storia raccontata e riportata in varie fonti storiche.

E’ doveroso però segnalare che altre fonti citano, con minor dovizia di particolari e di riferimenti storici, di tal Shaykh Mansur Ushurma nato in Russia nell’aul di Aldy, presso il fiume Sunža a cui fu dato il nome di Ushurma “l’elevato” e che divenne noto come Shaykh Mansur.

Secondo dette fonti sarebbe lui il rivoluzionario di cui abbiamo scritto. Ma visti i secolari rapporti fra russi e ceceni ne dubitiamo…