Mansur Sheik Oghan Oolò alias Giovanni Battista Boetti: quando a guidare la Jihad era… un cristiano

 

Che c’entrano tutte le “grane” che i Russi devono affrontare con i ribelli Ceceni con il Monferrato? e che c’entra la guerra santa con un “prete”? C’entrano, c’entrano, e chi si è letto la storia di Giovanni Battista Boetti da Piazzano, sa perché.

Per tutti gli altri lo racconteremo ora su queste pagine, e visto che la vicenda è anche avvincente lo faremo in due articoli. Piazzano è una frazioncina, una manciata di tipiche case Monferrine posate sul crinale di una delle infinite colline della nostra terra in un Comune che si chiama Camino.

Immagine2

Immagine di Al Mansur

Se andate in una di queste case ci trovate attaccata ad uno dei muri maestri sul cortile interno una lapide con scritto: – In questa casa nacque il 2 giugno 1743 Giovanni Battista Boetti che sotto il nome di profeta Mansur Sheik Oghan Oolò alla testa di ottantamila uomini conquistò l’Armenia la Georgia il Kurdistan e la Circassia e vi regnò sei anni qual sovrano assoluto Morì a Solovetsk nel 1798 -.

Immagine3

Hai detto niente!. E se da noi, Giuan, come probabilmente lo avranno chiamato in dialetto, è per lo più sconosciuto, in altre parti del mondo è venerato come un eroe, ma che dico eroe, di più: un Profeta. Basta pensare che ancora oggi da quelle parti, e per causa sua, da allora non hanno mai veramente smesso di combattersi e spesso capita ancora oggi che qualcuno ci lasci le penne. Potrà sembrare incredibile ma Boetti da Piazzano ha lasciato una grande eredità culturale a intere popolazioni del Caucaso, tanto che quando l’impero sovietico crollò, nella capitale della Cecenia, lo staterello che come un riccio da anni si ribella al pachiderma Russo, ha dedicato allo sceicco Monferrino niente popodimenochè la piazza nel centro della capitale cecena Grozny, che i Soviet avevano dedicato a… Lenin.

Merita quindi leggerne la storia. Ecco cosa scrivono di lui sul sito Islamshia. Il padre di Boetti era il notaio Spirito Bartolomeo. La madre Margherita Montalto, morì al suo quindicesimo parto per i maltrattamenti del marito che non tardò a risposarsi. Il giovane Giovanni Battista aveva appena sette anni quando il padre lo mise in un convitto a Casale dove rimase, tranne brevi parentesi, fino ai diciotto anni. La mancanza della madre unita al rigido carattere paterno posero presto il Boetti in conflitto con la famiglia. Iniziò gli studi di Medicina a Torino ma prima di completarli nel 1762, fuggì dalla casa paterna. Si diresse a Milano, dove si arruolò nell’esercito Asburgico. Poco dopo, congedatosi, si diresse a Praga, a Ratisbona e poi a Strasburgo e dopo molte peripezie tornò in Italia. I rapporti con la famiglia rimasero tesi, le liti frequenti lo allontanarono nuovamente dalla casa paterna, si stabilì quindi a Roma. In questo periodo prese corpo il suo desiderio di visitare l’oriente, un progetto per l’epoca non facile. Decise pertanto di dirigersi a Venezia, luogo d‘elezione per i contatti col vicino oriente. Nel tragitto sostò al santuario di Loreto, qui avvertì quella che lui intese come “la chiamata divina”, un ordine di ritirarsi dal mondo. Entrò pertanto nell’ordine domenicano e per cinque anni si dedicò agli studi di teologia. Forse per dare sfogo alla sua incontenibile irrequietezza i superiori dell’ ordine lo destinarono alla attività missionaria, non immaginandosi cosa ne sarebbe scaturito. Nel   1769 fu inviato alla sede di Mossul. Durante il viaggio fu derubato dai marinai, giunto ad Aleppo sedusse una nobildonna cattolica e rischiò l’impalamento per una falsa accusa di blasfemia, riuscì comunque ad imparare l’arabo e il greco prima di giungere a Mossul alla fine del  1770. Qui i suoi rapporti con i confratelli furono subito tempestosi, trovò invece protezione presso il pascià del luogo che lo aveva scelto come proprio medico. Questa protezione non lo salvò dalla responsabilità per la morte di un turco affidato alle sue cure, fu condannato a cinquanta colpi di bastone sulla pianta dei piedi ed esiliato. Trovò rifugio ad Amadiyah nel Kurdistan, presso un nobile nestoriano. Da qui sollecitò a lungo un intervento del governo centrale turco, che infine lo riammise a Mossul. Il nuovo soggiorno nella città del Tigri fu turbato dai continui contrasti con i confratelli, che presentarono contro di lui alle autorità religiose accuse di condotta immorale e di irregolarità nella conduzione della missione. Nuovamente esiliato da Mossul, fu costretto a rientrare in Italia per giustificarsi. Giunto in Italia gli venne imposto di ritornare al suo convento ferrarese. La richiesta di essere ascoltato dalle gerarchie del suo ordine fu rifiutata. Il rigido atteggiamento dei superiori e la prospettiva di rientrare in convento piacquero così poco al Boetti che decise di riprendere senza alcuna autorizzazione la via dell’ Oriente. Era la rottura con Roma. Le conseguenze del suo gesto le avvertì in seguito: dovunque andasse ormai era preceduto dalle lettere della congregazione che mettevano in guardia i cattolici nei suoi confronti, definendolo un apostata. Boetti confidava nelle sue risorse e non si impensierì più di tanto. Ad Urfa, mettendo a frutto le nozioni apprese negli studi a Torino, entrò al servizio del pascià locale in qualità di medico. Seppe assicurarsi la fiducia del potente personaggio, divenendone anche segretario e tesoriere. Non aveva rinunciato alla predicazione, ottenne anzi dal pascià l’autorità amministrativa sulle chiese cristiane e il controllo effettivo di esse. Probabilmente le autorità turche si affidarono a lui per porre termine agli interminabili contrasti tra i cristiani.  Mentre i cattolici gli manifestarono una iniziale ostilità, i cristiani giacobiti lo elessero loro vescovo. Sembra comunque che il Boetti ebbe successo nel suo proposito di conciliare le varie confessioni cristiane. Ma questa singolare posizione politica e religiosa non durò a lungo: le autorità di Istanbul deposero il pascià di Urfa ed anche Boetti dovette abbandonare la città. Ebbe la possibilità comunque di rifugiarsi nella capitale ottomana, qui ottenne la protezione del console francese, del vescovo latino e degli stessi domenicani. Rimase a Istanbul due anni, in questo periodo apprese il turco e il persiano e riuscì a mettere insieme una piccola fortuna con i suoi guadagni di medico e parte con i ricchi doni di una importante dama della corte del Sultano. Riprese il cammino e visitò la Georgia, la Persia e la Siria. Qui fu sorpreso, travestito da armeno, mentre copiava in un taccuino il piano delle fortificazioni di Damasco. Accusato di spiare per conto dei russi, fu arrestato e ricondotto a Istanbul. Ritornò in seguito libero corrompendo i giudici e pagando una sostanziosa cauzione.

Come spiegare questo suo comportamento ? Tracciare disegni di fortificazioni può servire a scrivere un libro o ad un fine prettamente militare. Boetti agiva segretamente per conto di qualcuno? Nessuno potrà sciogliere questi dubbi. Segnato da quest’ultima esperienza decise di ritornare in Italia dove avrebbe voluto diventare prete secolare. Soggiornò cinque mesi a Napoli presso amici, per raggiungere poi Vienna. Qui ricevette una lettera di perdono dal superiore generale del suo ordine, che gli imponeva di ritornare in convento. Era il 1782 e Giovan Battista stavolta obbedì. Venne accolto nel convento di Trino Vercellese, poco lontano da casa sua, dove restò per più di un anno, comportandosi da frate modello. Nonostante la sua buona condotta non arrivò alcun segno di riabilitazione da Roma. Come spiegarsi questa freddezza nei suoi confronti ? Boetti aveva un carattere difficile, assai vivace, e la gelosia nei suoi confronti fu notevole. D’altronde l’irregolarità della sua esperienza non era stata senza conseguenze sulla sua ortodossia. Sebbene nella propria cella fosse un asceta devotissimo, la sua predicazione spesso oltrepassava i limiti della convenzionale eloquenza religiosa. La vastità e l’originalità delle sue esperienze influenzavano la sua oratoria. Accusato di predicazione eretica (sapebat heresim) dal superiore del convento, reagì deponendo la tonaca per ritornare avventuriero. A questo punto è necessario fare una breve digressione. Non deve stupire o trarre in inganno la facilità con la quale il Boetti si spostava e compiva viaggi per l’epoca non comuni. La Chiesa Cattolica aveva investito ingenti risorse nell’apostolato, soprattutto dopo la Controriforma, favorendo i viaggi “privilegiati” motivati dalla necessità della predicazione. Lo status di missionario consentiva incontri con i potenti del tempo ed era riservato a giovani intelligenti, di buona famiglia, sottoposti ad uno studio preliminare intensissimo. Chi era inviato a rappresentare la Chiesa Cattolica nel mondo, doveva avere profonda conoscenza teologica ed una cultura superiore alla media. Coloro che erano destinati alle missioni studiavano nei collegi aritmetica, calligrafia, geografia, architettura, disegno (conoscenze che Boetti utilizzò per copiare la pianta delle fortificazioni di Damasco. Nel caso specifico Boetti possedeva anche rudimenti di medicina appresi all’università di Torino e approfonditi successivamente). Intorno alla figura del missionario si creava perciò una profonda suggestione spirituale. Dalle relazioni di religiosi impegnati tra popoli lontani, i cattolici traevano un contributo edificante ed una volontà di affrontare pericoli nel nome della fede. Nelle chiese gli affreschi mostravano storie di martirio, persecuzione e morte vittoriosa per chi si arrischiava nei paesi “degli infedeli”. Questa influenza però non ebbe effetto su Boetti, egli era spinto da un profondo desiderio di conoscere altri popoli e culture e si avvicinava ad essi per farsi meglio accettare. Le gerarchie ecclesiastiche raccomandavano al Boetti e agli altri domenicani di annotare ogni vicenda per restituire ai vertici esaurienti relazioni sull’opera svolta. Era una consuetudine di rapporto tra periferia e centro ormai consolidata in ambito missionario. Ma Boetti , più che per conto di altri, scriveva per sé stesso, così come per sé stesso, viaggiava.

Boetti continuò quindi le sue peregrinazioni. Secondo alcune scarne note, fu a Nizza, ad Alicante, a Cadice, poi in Inghilterra dove sostò sedici giorni, in seguito fu la volta di Amburgo e Pietroburgo, nuova capitale dell’impero degli zar. Qui si fermò quattro mesi, durante i quali scrisse ai suoi superiori a Roma per essere autorizzato a passare nel clero secolare. Non ricevette risposta e, dopo un fallito tentativo di entrare al servizio del principe Potemkin, riprese i suoi misteriosi viaggi. Decise di spostarsi a Mosca, di là attraversando il Kazan e l’Astrakan arrivò in Persia, dove costituì nuovi contatti. Dopo la Georgia e la Crimea fu la volta della Polonia. Era nuovamente ad Istanbul al principio del 1784, alla vigilia ormai della sua più clamorosa avventura. Fu ospitato a Scultari da un ricco negoziante persiano. Sembra si fosse assentato improvvisamente, per riapparire dopo sei mesi con un carico di armi e munizioni, che inviò a Synop attraverso il Mar Nero. Quali fossero i suoi piani non è dato sapere. Certamente le sue manovre catalizzavano la curiosità della comunità diplomatica occidentale residente nel Levante. Gli ambasciatori europei nei loro rapporti segnalavano le attività del Boetti, senza però scoprire per conto di chi agiva o spiava. Ripartì infine dalla capitale ottomana con la carovana del mercante persiano, ed arrivato in Persia, si stabilì in un piccolo villaggio vicino ad Amadiyah. Qui si chiuse in casa per il tempo di novantasei giorni, assorto secondo la leggenda, in profonde meditazioni e preghiere. Dopo questa “clausura” non parlò altro che di cielo, di culto e di abusi religiosi. Lo fece piangendo e fremendo di orrore, riuscendo a smuovere l’animo di tante di persone. Molti lo ascoltarono estasiati, fu la stessa folla a proclamarlo “profeta”. Il suo verbo era costituito da un curioso miscuglio di Cristianesimo ed Islam. Proclamava con la sua predicazione di voler ripristinare il culto di un Dio unico, da adorare “nei cuori e con i cuori“; la trinità divina, l’idea di premio o castigo eterno, il battesimo, la circoncisione e il sacerdozio sono oggetto della violenta polemica del Boetti. Cristo è un profeta, il Paradiso è assenza eterna del male, l’Inferno una “dannazione temporanea”.

A questo aggiungeva alcune norme morali precise e originali: non costituiscono peccato la fornicazione, l’incesto e il suicidio in certe occasioni. Delitti gravissimi sono invece la preghiera e l’adulterio, l’omicidio e il furto, i voti religiosi. Completava questa grezza teologia un programma sociale semplice ma con caratteristiche oggi realmente “rivoluzionarie”: i codardi, i poltroni, gli avari dovevano essere privati delle ricchezze e mandati a lavorare nei campi. Il nuovo verbo trasmesso con una eloquenza immaginosa, la conoscenza delle lingue orientali e una personalità dalle mille risorse spinsero il Boetti, “profeta Mansur” come lo chiamarono i fedeli, alla conquista del suo effimero impero. I primi seguaci furono reclutati ad Amadiyah, dove lo stesso Khan della città si fece propagatore del suo messaggio. La sua predicazione, e le leggende fiorite riguardo le sue presunte capacità soprannaturali, esaltavano il mito della invincibilità.

Gli iniziali scontri vittoriosi con nuclei dell’esercito turco e l’insofferenza delle popolazioni verso il dominio ottomano alimentarono i ranghi del suo esercito di adepti entusiasti. Tartari, Circassi, disertori russi, ingrossavano i suoi contingenti. Boetti – Al Mansur – dava fuoco alle polveri in tutto il Caucaso, risvegliava aneliti di libertà ed entusiasmi, predicava la “gazavat”, la guerra santa in turco; in arabo “jihad”. Dopo aver assoggettato a tributo la città di Erzurum, il Boetti marciava contro la Georgia, territorio posto sotto la protezione dell’impero russo. Disponeva ormai di un contingente di circa 40.000 uomini esaltati dal nuovo credo e inquadrati con una feroce disciplina. Il condottiero Boetti usava infatti eseguire lui stesso le pene capitali che irrogava alla minima infrazione, prima delle battaglie benediceva i suoi guerrieri promettendo loro l’incolumità al fuoco nemico. Il re di Georgia, Eraclio II° , costretto a capitolare, perse fra caduti e prigionieri, più di trentamila uomini…

(fine prima parte)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...