Quando i Monferrini “invasero” la Sicilia

Pochi sanno che in ampie aree della Sicilia e del sud Italia in quello che un tempo era il Regno delle due Sicilie si parla una lingua, o se volete un dialetto, chiamato Gallo-italico che ricorda molto il nostro Monferrino e che là si trova una vera e propria comunità tradizionalmente chiamata Sicilia lombarda o Lombardia siciliana, da cui le espressioni in uso ancora oggi di colonie lombarde di Sicilia, comuni lombardi di Sicilia e dialetti lombardi Sicilia.

Non ci si faccia ingannare dal termine lombardo che è da considerarsi pura contrazione linguistica del termine longobardo che si riferisce alle popolazioni di origine Germanica che occuparono il Nord Italia dopo la caduta dell’Impero Romano. Nel medioevo era usato per indicare gli abitanti di tutta l’Italia Settentrionale, in particolare quella nord-occidentale, un territorio molto più vasto dell’attuale regione Lombardia, che comprendeva, oltre alla Lombardia anche il Piemonte, la Liguria e l’Emilia.

I primi longobardi arrivati in Sicilia, con una spedizione partita nel   1038, furono dei militari al seguito del condottiero bizantino Giorgio Maniace, che per brevissimo tempo riuscì a strappare Messina e Siracusa agli arabi. L’esercito di Maniace, oltre che da lomgobardi, fu composto da bizantini, da guardie variaghe, da truppe guidate dal longobardo Arduino, arruolate con la forza in Puglia (i cosiddetti Konteratoi), e da una compagnia di normanni e vichinghi comandati da Guglielmo Braccio di Ferro e da Harald Hardrada, futuro re di Norvegia.

Maniace fu l’unico condottiero che riuscì, prima dei normanni, a liberare seppur temporaneamente alcuni territori siciliani al dominio musulmano. I longobardi, giunti con la spedizione bizantina, si stabilirono a Maniace, Randazzo e Troina, mentre un nucleo di genovesi e di altri longobardi della Liguria si insediò a Caltagirone.

Migrazioni più consistenti di longobardi giunsero con la conquista normanna della Sicilia, iniziata nel 1061 con la presa di Messina. La liberazione dell’isola si rivelò un’impresa meno facile del previsto. I normanni impiegarono trent’anni per liberarla completamente dal dominio musulmano. Nel 1091, con la caduta di Noto, ultima roccaforte musulmana nell’isola, ebbe compimento la vittoria militare, ma nell’isola vivevano ancora numerosi arabi che miravano a una riconquista.

I normanni iniziarono così un processo di latinizzazione della Sicilia incoraggiando una politica d’immigrazione delle popolazioni a loro affini: provenzali e bretoni e dell’Italia settentrionale, in primis, piemontesi e liguri, con la concessione di terre e privilegi. L’obiettivo dei nuovi sovrani normanni era quello di rafforzare il ceppo franco-latino che in Sicilia era minoranza rispetto ai più numerosi greci, ebrei e arabo-saraceni.

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Grazie il matrimonio del sovrano normanno Ruggero con l’aleramica Adelaide del Vasto, a partire dalla fine dell’XI secolo, vennero ripopolate le zone centrali e orientali dell’isola, la Val Demone, a forte presenza greco-bizantina, e la Val di Noto, con coloni e soldati provenienti dalla Marca Aleramica nel nord Italia, un’area dominata dalla famiglia di Adelaide, comprendente tutto il Monferrato storico in Piemonte, parte dell’entroterra ligure di ponente, e piccole porzioni delle zone occidentali di Lombardia ed Emilia.

Secondo molti studiosi, la migrazione di genti del nord Italia in queste isole linguistiche siciliane sarebbe poi continuata fino a tutto il XIII secolo. Si ritiene che i gallo-italici immigrati in Sicilia nel corso di un paio di secoli siano stati complessivamente 200.000 circa, una cifra piuttosto rilevante. I coloni e i militari longobardi si stanziarono nella parte centro-orientale dell’isola, prevalentemente nelle terre concesse ad Adelaide del Vasto e a suo fratello minore Enrico, conte di Paternò e di Butera, considerato il capo degli Aleramici di Sicilia e dei lombardi siciliani.

Lo storico Tommaso Fazello, vissuto nel XVI secolo, ci informa che le popolazioni lombarde di Butera, Piazza, e altre città consorelle, capeggiate dal nobile aleramico Ruggero Sclavo, insorsero contro Guglielmo I, per i privilegi che il sovrano aveva concesso alla popolazione siciliana di origine araba.

I comuni dove è maggiormente riscontrabile ancora oggi una forte eredità logobarda o lombarda sono Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina, Valguarnera Caropepe e Aidone in provincia di Enna, San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina, in provincia di Messina. Mentre l’uso della lingua gallo-italica è sopravvissuto solamente a Sperlinga, Nicosia e San Fratello, dove gode ancora oggi di buona salute e viene usato quotidianamente nei rapporti interpersonali, a Piazza Armerina e Aidone sopravvive solo in funzione ludica e poetica.

C’è ormai un diffuso consenso tra gli studiosi nel riconoscere comuni origini tra i dialetti gallo-italici della Sicilia e della Basilicata e quelli compresi tra il Basso Piemonte (province di Alessandria, Cuneo e Asti) e la Liguria montana occidentale (provincia di Savona).

Adelaide del Vasto

In questa vicenda, non possiamo fare a meno di scrivere di una illustre Monferrina che ancora oggi viene ricordata in Sicilia: Adelaide del Vasto.

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Adelaide o Adelasia del Vasto

 

Figlia di Manfredo del Vasto, fratello e vassallo di Bonifacio, “il marchese d’Italia” per antonomasia, possedeva il nucleo maggiore dei suoi domini feudali nel Monferrato e cercava di estenderli sui comitati e marchesati che frazionavano i territori subalpini fino alla Liguria. Per la crisi che travagliava, nella seconda metà del secolo XI, il mondo feudale dell’Italia settentrionale, piccoli vassalli e servi erano indotti ad espatriare per cercare altrove migliore fortuna e notevoli come si è detto furono le immigrazioni nella Sicilia. Tra gli immigrati era anche Enrico del Vasto, figlio del defunto Manfredo: egli, dopo aver dato aiuto, insieme con suoi conterranei, al conte Ruggero, nelle ultime fasi della guerra contro i musulmani, ricevette da lui due vasti conglomerati feudali, le contee di Butera e di Paternò. Nel 1089 Ruggero I, vedovo per la seconda volta, sposò Adelaide, sorella di Enrico, venuta nell’isola con altre due sorelle, le quali erano in pari tempo destinate dallo stesso Ruggero in mogli rispettivamente a due suoi figliuoli.

Adelaide dette due figli a Ruggero: Simone e Ruggero. Allorché il marito venne a morte (22 giugno 1101), ella, dietro designazione di lui, assunse la reggenza della contea di Sicilia e Calabria per l’erede Simone e, in seguito alla sua morte prematura (1103), per Ruggero, anch’egli minorenne.

Donna d’ingegno, volitiva, Adelaide era costantemente vissuta a lato del marito e aveva notato con quale saggezza politica egli avesse consolidato il suo dominio in Calabria e in Sicilia, regioni per civiltà così diverse fra loro, allentando non solo il legame di dipendenza feudale di questa sua contea dal ducato di Puglia, ma portandola anche ad una posizione di vera preminenza rispetto agli altri stati normanni dell’Italia meridionale.

La Monferrina seppe mantenere cordiali rapporti con gli Arabi, conservando la libertà di culto e le larghe autonomie amministrative accordate alla loro comunità da suo marito e desumendo da essa elementi preziosi per l’organizzazione burocratica della contea, che attendeva di essere ultimata e perfezionata. Ancora più cordiali furono le sue relazioni con le popolazioni greche della Sicilia e della Calabria. La reggente, senza deflettere dallo spirito di tolleranza religiosa ereditato dal marito, favorì il clero latino, seguendolo nel pacifico lavorio di assimilazione delle varie stirpi della contea.

Nel 1112 fece di Palermo, già capitale dell’antico emirato musulmano di Sicilia, la capitale della contea. In quello stesso anno deponeva la reggenza, consegnandola al figlio Ruggero II, giunto alla maggiorità, e futuro unificatore dei domini normanni dell’Italia meridionale, uno stato ordinato e pacifico.

Restia ad entrare nell’ombra, essendo molto ambiziosa e ancora nel vigore degli anni, Adelaide, alla fine del 1112, accettò di sposare Baldovino I di Fiandra, re di Gerusalemme (1100-1118), e si trasferì in Palestina: pose la sola condizione che, se da questo matrimonio non fossero nati figli, la corona del regno di Gerusalemme doveva essere ereditata dal conte di Sicilia e di Calabria.

Il matrimonio fu infelicissimo. Baldovino, cinico e avido, aveva sposato Adelaide perché era privo di denaro e minacciato dagli Egiziani, ed agognava alle sue favolose ricchezze che, si diceva, ella avesse accantonate durante la reggenza. Inoltre egli era già sposato con una armena, Arda, che aveva rinchiuso in un convento. L’opinione pubblica prese ad incolparlo di bigamia. Le cose si complicarono, determinando una crisi politico-ecclesiastica, che si concluse nel marzo 1117 col ripudio di Adelaide da parte di Baldovino. Il 18 aprile 1118, Adelaide morì in un convento di Patti (Messina), ove s’era ritirata al suo ritorno in Sicilia e dove, nella cattedrale si conserva la sua tomba ancora oggi meta di pellegrinaggio di molti suoi estimatori (immagine in alto).

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