Questa terra è la nostra terra

Riportiamo due storie di due paesi confinanti fra loro: Coniolo e Camino. Entrambi sedi in passato di cave di marna per l’industria cementiera, entrambi disastrati dalle frane   causate da queste attività, entrambi destinati a scomparire,   ma entrambi ancora lì, caparbiamente, nonostante speculazioni   e burocrazie che certo non sono state di grande aiuto.

Ecco le loro storie

Il 18 settembre 2010 è stato inaugurato a Coniolo il Museo della Miniera di Coniolo che racconta   cosa accadde. L’area museale posta nel palazzo   del Comune rievoca la tragica vicenda del   paese, il cui nucleo storico, Coniolo Basso Antico, nel 1910 sprofondò nelle viscere della terra a causa del dissennato sfruttamento delle   cave di marna, con la costruzione di gallerie fin sotto il centro abitato che ne determinarono il crollo. Per molti aspetti la storia di Coniolo sarebbe   simile a quella di molti altri piccoli paesi che   abbarbicati sulle colline del Po, tra Torino e   Casale Monferrato, si affacciano sulla pianura con l’incantevole vista sulla cerchia alpina,  se non fosse che per una singolare serie di fatti quella di Coniolo è una vicenda drammatica, meritevole di essere   scoperta per essere rivissuta e meditata, perché quella di   Coniolo è… “La Storia del paese che visse due volte”, così la racconta il sito web.   La popolazione di Coniolo, che alla fine dell’ottocento contava oltre mille abitanti, era legata ad una magra economia agricola, ma con l’avvento dello sviluppo industriale che stava interessando tutto il mondo occidentale, essa assaporò l’idea di uno sviluppo industriale legato all’estrazione della   marna da cemento, un materiale di cui il sottosuolo coniolese era molto ricco. Dopo un avvio incoraggiante dell’attività mineraria che vedeva molte imprese operare correttamente nelle profondità delle colline coniolesi, nei primi del novecento gli abitanti si trovarono inaspettatamente a fare i conti con gli effetti   drammatici ed inarrestabili di una scriteriata attività estrattiva attuata da un imprenditore senza scrupoli.

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Plastico che ricostruisce l’aspetto di Coniolo basso

Questi, a causa di un’estrazione compiuta a oltre centocinquanta metri di profondità senza seguire le comuni prudenti tecniche di escavazione sotterranea, incurante delle ordinanze   forse pervenute in ritardo dal governo di Roma, provocava il crollo di ottantaquattro case, della chiesa di Sant’Eusebio e della villa Fassati, con la perdita irreparabile di antichi edifici vecchi di secoli.   Al termine di una drammatica sequenza di fatti gli abitanti   di Coniolo Basso Antico, dopo aver compreso che per il  loro antico paese non c’era più nulla da fare, si videro così costretti a lasciarlo per spostarsi sulla   collina antistante dove già era ubicato il resto dell’abitato. Senza perdersi d’animo i coniolesi ampliarono così la vecchia cappella posta sulla sommità della collina più alta, trasferendo la parrocchiale nel luogo dove oggi si trova, ed intorno ad essa avviarono la ricostruzione delle nuove abitazioni.

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Attuale chiesa di Coniolo

 

E mentre questo terribile dramma si consumava, l’Italia, entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, chiamava a combattere anche i giovani coniolesi i quali si dovettero arruolare lasciando le proprie famiglie a gestirsi una difficile ricostruzione.   Molti di quei soldati non sarebbero più tornati, ma dopo il 1918 la vita del paese comunque andrà avanti, con incredibile coraggio.  Con i mattoni, i coppi, le porte, i pavimenti recuperati dagli edifici secolari crollati di Coniolo Basso Antico, si riavviava   così la ricostruzione delle abitazioni andate perdute; le case così realizzate apparivano nuove nell’aspetto, ma l’uso di quei materiali in ognuna di esse faceva rivivere così l’anima antica del vecchio paese. Ecco perché oggi, Coniolo, è davvero “il paese che visse   due volte”. L’economia industriale del primo dopo guerra aveva però   ancora più bisogno di cemento, la collina di Coniolo ne aveva   ancora molto da offrire e, paradossalmente, i suoi abitanti   più che mai, avevano bisogno di lavorare. Essi furono così costretti a scendere ancora in miniera, dentro alle colline in riva al Po.

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Ricostruzione di una miniera di marna

Ma quando dopo la metà degli anni venti l’attività estrattiva sembrerà dirigersi incredibilmente ancora sotto il nuovo paese da poco ricostruito, i coniolesi si riuniranno coraggiosamente, opponendosi al progetto e richiedendo ancora l’intervento del   governo, riuscendo stavolta a salvare il proprio paese.  In realtà i minatori continueranno a scendere nelle viscere della collina coniolese lontano dall’abitato fino all’inizio degli anni sessanta, quando anche l’ultima miniera chiuderà definitivamente.

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Plastico che descrive l’ingresso ad una cava di marna

Un altro Comune limitrofo patì  della stessa sorte di Coniolo: Brusaschetto frazione di Camino Monferrato. Storia simile ma non uguale, vediamola. Fino a qualche mese fa chi avesse percorso la strada che da Trino porta a Brusaschetto svoltando a destra subito dopo il ponte sul Po avrebbe scorto sula sinistra del lungo rettilineo che costituiva anche l’argine del Po (ora demolito)  una serie di palazzine fantasma, vuote, fatiscenti, di due piani disposte regolarmente in file ordinate come un quartierino di qualche periferia dormitorio di città: era Brusaschetto Nuovo.

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Brusaschetto Nuovo: demolito nel 2010 per far posto ad una cava di ghiaia e successivamente ad un’area umida

Costruita negli anni 60 con in fantasioso intento di trasferirvi la popolazione di Brusaschetto che, secondo gli esperti sarebbe dovuta franare da un momento all’altro. Immaginiamo che i promotori dell’iniziativa si illudessero di convincere i “bifolchi” ad abbandonare le loro pericolanti   case rurali con stalle e fienili poste sul cocuzzolo delle colline per andare a vivere in appartamenti costruiti in palazzine che sembrano   stampate in serie sulla pianura umida ed   esondabile del Po.  Il risultato fu che nessuno si trasferì e le palazzine   restarono abbandonate sino al 2010 quando sono state abbattute per far posto… a una cava.  Vediamo come si è arrivata a questa situazione. Il 3 novembre 1948 un   non meglio identificabile Ingegnere capo delle miniere presso il Ministero   dell’industria e Commercio di Torino   redige un rapporto a seguito di sopralluogo su richiesta della Prefettura   di Alessandria per accertare le cause di dei danni arrecati a diverse case   dell’abitato di Brusaschetto che, secondo indicazione degli abitanti   “sono conseguenza delli lavori sotterranei della miniera di marna per cemento denominata “Palazzolo Tagliaferro” della ditta fratelli Buzzi di Casale   Monferrato”. Già nel 1931 con nota del 24 aprile il dott. Francesco  Cassinelli avente casa in Brusaschetto segnalò “i danni notevoli subiti dal cimitero e da molti stabili privati”.  L’ufficio Miniere propose al Prefetto una adeguata fascia di rispetto entro cui non dovevano spingersi i lavori di  estrazione della marna delle due miniere una denominata “Po” a nord della frazione, l’altra denominata  “Palazzolo Tagliaferro” ad est – nord   est. L’estrazione delle marne nella zona risale al 1891. In un primo tempo i lavori di escavazione venivano fatti a cielo aperto e successivamente in sotterraneo mediante le cosiddette “baracche” cioè scavi partenti dalla superficie con pozzi o   discenderie lungo il banco di marna da cemento fino ai 20-40 metri fino a quando era possibile superare le difficoltà delle acque di infiltrazione e soprattutto lo consentiva la stabilità   delle rocce incassanti il banco di marna da cemento. Il relatore conclude che “pur comprendendo l’angoscia dei   proprietari delle case lesionate ed in ispecie del sig. Ricci Carlo che ha la casa inabitabile per la caduta della volta del pianterreno, e qualche altro che ha la volta pure del pianterreno puntellata non può asserire in modo certo che la causa di tutti i mali sia stato l’esercizio della miniera di marna  “Palazzolo – Tagliaferro” della   ditta F.lli Buzzi. Soltanto per il   cimitero e per la casa terrena strapiombata di proprietà Brusasca  Maddalena è chiaro che il danno è stato provocato dalla ex società Cementi Po, ormai non   più esistente.

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Il tecnico rileva inoltre che la Ditta Buzzi fino all’emissione del decreto del 1931 che stabiliva una adeguata zona di protezione all’abitato di Brusaschetto, aveva rispettato sia la legge sulle cave e torbiere sia successivamente la zona di protezione, salvo un breve addentramento fatto a scopo di transito in   una galleria. Stando così le cose si ritiene che l’eventuale controversia fra i proprietari delle case e la ditta F.lli Buzzi a cui si vuol attribuire la causa dei danneggiamenti   dovrà essere risolta dall’autorità   giudiziaria. La situazione appare in verità paradossale: le case di Brusaschetto risalenti all’ 800, attorno alla fine   del secolo danno segni di cedimento (1931) a distanza di pochi dall’avvio   dell’ attività estrattiva (1891), da qui il contenzioso fra i danneggiati di Brusaschetto e la ditta Buzzi.

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Nel 1948 tuttavia non viene riconosciuta la responsabilità alle miniere per quei crolli, ma qualche anno dopo come riporta un giornale del 1956 una commissione di tecnici conclude le sue indagini attribuendo principalmente alla natura geologica del terreno l’origine delle frane. In base a questo responso il Ministero progetta il trasferimento della popolazione in altre località. Il ministro Romita, per rendere sollecita la costruzione di 23 case a due piani per gli abitanti di Brusaschetto (oltre a 2 alloggi per alla periferia di Casale per le famiglie delle cascine Frati) ha deliberato il contributo di 100 milioni. Dal 2010 sia le palazzine  che la strada sono state demolite e sono diventate inerti per edilizia, la nuova strada rifatta a ridosso della collina con criteri alquanto   discutibili, fiancheggia un  laghetto artificiale formatosi a seguito delle migliaia di metricubi di inerti scavati nell’alveo del Po, la zona infatti è una cava. Infine, giusto per infierire, ricordiamo che proprio lì sull’altra sponda del Po fu costruita sempre nei “mitici anni sessanta una delle prime centrali atomiche italiane la E. Fermi e poco   più in là alla intersezione della strada comunale con la provinciale che porta al ponte di Trino sonnecchia da decenni una discarica abusiva di rifiuti industriali che uno studio commissionato  dalla Regione di  diversi anni fa dichiarò pericolosa. In passato i cartelli piazzati sui recinti indicavano essere di   proprietà ENEL e, quasi ironicamente, la Provincia di Alessandria ci aveva messo a sua volta un cartello con scritto Natura   Protetta. Comunque Brusaschetto (alto) vive e i suoi pochi abitanti mantengono   memoria di quelle storie   che un giorno qualcuno dovrebbero   raccogliere come ha   fatto Coniolo “a futura memoria” per raccontare alle generazioni future che la “nostra” terra va sempre difesa.

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